"Non si tratta solo di migranti", si tratta di... LAURA!

“Non si tratta solo di migranti”, si tratta di… LAURA!

Mi chiamo Laura Elena, ho 25 anni e sono una psicologa in formazione. Al momento sono volontaria presso la Fondazione S. Andolfi, che si occupa di offrire psicoterapie famigliari a famiglie straniere o miste. Sono nata in Italia da padre italiano e madre messicano-libanese ed essere nata all’interno di una famiglia mista è stata sicuramente la prima cosa che mi ha permesso di riflettere sulle migrazioni e, in qualche modo, sentirmele addosso.

Le mie esperienze con i migranti, oltre a quelle vissute all’interno della Fondazione, sono principalmente relative al mio volontariato presso il campo informale Baobab e Casa Scalabrini 634: nel primo aiutavo nella distribuzione dei pasti e nella seconda al momento insegno italiano ai ragazzi insieme ad altri volontari.

Dalle relazioni che sono nate in tutti questi posti ho cominciato a pensare che quando si parla di migranti sarebbe bello se, più che di persone che si spostano da un paese ad un altro, si parlasse di una parte di noi, di ognuno di noi, con la quale ci si trova più o meno in contatto in diverse fasi della propria vita.

Per questo è un argomento che ci accomuna tutti e con il quale ci si dovrebbe confrontare; perché credo che i viaggi inizino prima di tutto da dentro. È l’insieme delle nostre esperienze, della nostra crescita a suscitare in tutti noi l’impellenza di compiere prima o poi un salto verso l’ignoto, tanto doloroso quanto indispensabile per andare avanti. E a volte questo viaggio interiore si trasforma e si concretizza in un percorso geografico che però, pur essendo forse la più visibile di tutte, è solo l’ultima fase di questo cammino.

E forse, se guardassimo dietro di noi, troveremmo nella nostra famiglia qualcuno che per andare avanti ha compiuto questa decisione: intraprendere un viaggio per salvarsi, per riscattarsi, e per noi, che siamo venuti dopo.

Migrare quindi, è secondo me lasciare la traccia del nostro passaggio in un luogo fisico o mentale, in un tempo di fragilità e precarietà, ma anche di coraggio e speranza. E se ci fermassimo ad osservare le tracce degli altri, ad ascoltarle senza pregiudizi, credo che troveremmo un pezzo di noi in ognuna di esse, perché, dopo tutto, è dall’intreccio di storie che si crea un’identità, individuale o comune che sia. Però ci vuole un attimo perché questa rete si spezzi. Forse per rifiuto, forse per paura di riconoscersi così vicini. Ma se tutti questi frammenti vengono accolti e curati, c’è speranza che il viaggio riprenda.

E questo è quello che succede dentro Casa Scalabrini 634; qui ognuno ha modo di ritrovare qualcosa di caro, qualcosa che si era perso, o che ci si era dimenticati di avere e a cui si può di nuovo appartenere. Casa Scalabrini 634 è un posto, ma diventa al tempo stesso qualcosa che ci si porta sempre appresso, che ti cresce dentro. È uno spazio fertile dove i legami nascono con spontaneità, a partire dal tavolo rotondo della biblioteca, da una sedia aggiunta per l’ultimo arrivato e dall’offerta di un piatto da condividere, che spesso si cucina a quattro o più mani. Sarà l’odore di spezie che scende dalle scale dell’ingresso, saranno le urla di chi gioca all’affollato biliardino e i saluti di benvenuto che si scambiano con chiunque passi da lì, ma io quando ci vado mi sento a casa. È Casa per tutti, una mamma, un porto sicuro a cui si può sempre tornare, ma che prima di tutto ti permette di salpare e andare lontano!